ZERBOLO' - Il mondo è strano. A volte ci si lancia in peregrinazioni infinite alla ricerca del bello, del buono e della verità. Per poi accorgersi con sorpresa che tutto era a portata di mano, che sarebbe bastato trovarsi con gli amici, lasciarsi affascinare dai sapori della buona tavola, farsi cullare da quella colonna sonora della vita chiamata musica. Insomma, vivere situazioni eccezionalmente semplici. Forse la semplicità non dà spiegazioni, ma indubbiamente aiuta a capire tutto.
Maurizio Carugno, tra i nomi più affermati del jazz italiano, l’ha scoperto da tempo. Da quando, appena 16enne, incontrò ad Arese un carrozziere che si era innamorato del sassofono solo perché con esso poteva eseguire le melodie che amava ballare. Nella sua passione non c’erano velleità, ambizioni di successo o pretese intellettuali: c’era invece lo slancio verso ciò che più gli piaceva. Così Maurizio imparò quanto la forza e la magia della musica possano aiutare a trovare “la strada maestra”, dedicandosi anima e corpo allo studio del sax. Oggi, a cinquant’anni d’età, su quella strada ha costruito una piccola e accogliente “stazione di sosta”: di recente a Parasacco, centro in cui Maurizio si è trasferito nel 2001 con la famiglia, è nata l’Officina dello Stupore, un luogo in cui si incontrano bontà e bellezza. Si tratta di un circolo culturale, che include un “Bed & Breakfast” con ristoro, dove l’eccellenza gastronomica abbraccia calorosamente la buona musica dal vivo, per permettere ad ognuno di riscoprire la meraviglia che ha in sé. Un posto in cui si può, per dirlo con lo stesso slogan del circolo, ascoltare il gusto e assaggiare la musica “È un sogno che nasce da lontano - afferma Maurizio - e che ha trovato nella quiete della Lomellina la cornice ideale per farsi realtà. Sono originario di Rho, dove ho vissuto per anni, prima di trasferirmi in una cascina di Rosate e poi a Parasacco. Abito nella vecchia casera della Tenuta Occhio, un tempo di proprietà di Sofia Loren e Carlo Ponti. Con l’arrivo in questo luogo, mi si accese la proverbiale lampadina. Quando vidi il porticato esterno, subito pensai che quello era il posto per realizzare un mio progetto di sempre, esattamente ciò che ha preso forma nell’Officina dello Stupore. L’inaugurazione è avvenuta lo scorso 20 settembre, quindi si tratta di una realtà abbastanza giovane. Ma alle spalle c’è un’esperienza maturata poco a poco. Il circolo con ristoro è aperto il sabato sera e la domenica all’ora di pranzo”. Immagini, cibo, suoni. Un’alchimia che profuma di vita. L’Officina, sede dell’omonima associazione, ospita infatti anche mostre di pittura e fotografia, nonché esibizioni musicali di ogni genere e tipo, dalla lirica al blues. Collante degli ingredienti artistici è la proposta di pietanze gustose e selezionatissime, da un lato presidio della tradizione per l’accuratezza nella scelta delle materie prime, e dall’altro laboratorio di una fine sperimentazione culinaria. Esattamente la stessa filosofia di fondo che Maurizio ha adottato in campo musicale: “Le mie influenze principali - spiega - sono Sonny Rollins, Miles Davis e John Coltrane, ma anche Jerry Bergonzi, del quale ha avuto l’onore di essere allievo al Berklee College of Music di Boston. Dapprima mi sono formato come autodidatta, per poi prendere lezioni dal maestro Leandro Prete, per vent’anni sassofonista dell’Orchestra Rai di Milano. Successivamente, grazie ad una borsa di studio, ho avuto la fortuna di perfezionarmi negli Stati Uniti, la culla del jazz. Lì ho imparato che per innovare non si possono calpestare le tradizioni, ma al contrario esse sono il punto di partenza di ogni nuova avventura. In America, quando ci si complimenta con un musicista per il suo talento, si usa l’espressione “man, you have groove!”. La parola “groove” significa “solco”, ad indicare la continuità nelle radici. Personalmente mi muovo nella corrente denominata “hard bop moderno”, proprio perché è un genere che permette di ricercare la libertà espressiva nell’amore per la tradizione”. Non è quindi casuale che Maurizio abbia intitolato il suo ultimo CD (nella cui copertina sono ritratti i figli Giovanni e Miriam, di 10 e 7 anni, intenti a tracciare un solco nella neve) “The freedom of the groove”. L’album, che vede Niccolò Cattaneo al pianoforte, Mariano Nocito al contrabbasso, Massimo Pintori alla batteria, e quindi Maurizio Carugno al sax tenore, contiene anche poesie di Davide Rondoni e un libretto con fotografie di Roberto Cifarelli tratte dalla mostra “Il jazz come avvenimento”. Una sorta di piattaforma multi-disciplinare che si snoda attraverso differenti forme creative: “L’etichetta che ha pubblicato il disco - riprende Maurizio - è la Idos Records, di cui sono il direttore artistico. Con questa casa discografica ho scelto di perseguire un obiettivo preciso: quello di catturare i miracoli che la musica dispensa. Per questo produciamo solo album registrati dal vivo, convinti che il jazz esista solo nel momento in cui viene suonato. Prima non c’è, dopo è qualcosa di diverso. Infatti “The freedom of the groove” è un live al Teatro Edi di Milano. Un’altra scelta particolare è quella di riportare nelle copertine di tutte le produzioni solo fotografie artistiche, scattate da un maestro del calibro di Roberto Cifarelli”. Tra i musicisti che accompagnano Carugno nelle sue esibizioni (molte delle quali si tengono presso l’Officina dello Stupore), c’è anche un lomellino doc: il mortarese Alberto Bonacasa, pianista di talento e nome di prima grandezza del jazz “made in Italy”. Ma le collaborazioni non nascono solo dalla bravura dei singoli strumentisti: “Prima di tutto ci deve essere l’amicizia - ribadisce Maurizio - senza la quale la musica perde molto del suo fascino e della sua incisività. Suonare significa trasmettere emozioni positive. Se ci si limita ad un mero esercizio di stile, pensando più alla forma che alla sostanza, il sentimento svanisce inevitabilmente. Ho cercato di applicare gli stessi concetti all’Officina dello Stupore, dove la regola base è quella dell’incontro, sia esso con la gente, con il cibo o con i suoni. Nel locale tutto è evocativo, seguendo una ricerca di eccellenza mirata a commuovere. Come dovrebbe fare la musica. Anche la scelta delle proposte artistiche non vuole offrire intrattenimento, bensì arricchimento culturale. Chi entra all’Officina ne deve uscire diverso, un po’ come avviene dopo aver conosciuto una nuova persona o visitato una mostra interessante. In sostanza non voglio “togliere” ma “dare” qualcosa a chi ci viene a trovare”.
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