a cura di Simone Tabarini
Nella Chiesa di San Carlo a Vigevano, costruita nel XVII secolo come sobria parrocchia di quartiere, esiste un dettaglio pittorico che da anni incuriosisce visitatori, studiosi e appassionati di misteri. Non è un altare particolarmente ricco né una reliquia, ma un piccolo elemento dipinto nel cielo di una scena sacra: un oggetto circolare, luminoso, isolato. A uno sguardo moderno, assomiglia in modo sorprendente a ciò che oggi chiameremmo un Ufo. Il contesto storico è fondamentale. La chiesa nasce in piena età post-tridentina, quando l’arte sacra doveva essere chiara, pedagogica, priva di ambiguità dottrinali. San Carlo Borromeo, a cui l’edificio è dedicato, rappresentava il modello del vescovo riformatore, rigoroso e attento al corretto uso delle immagini. Nulla, dunque, sarebbe stato lasciato al caso o all’invenzione arbitraria. Eppure, nel dipinto, questo elemento colpisce. Non ha la forma classica della nube barocca, non è accompagnato da schiere di angeli, non presenta i raggi dorati tipici della gloria divina. È una presenza silenziosa nel cielo, perfettamente definita, che sembra osservare la scena dall’alto. Dal punto di vista iconografico, gli storici dell’arte spiegano l’oggetto come una manifestazione divina stilizzata, una luce soprannaturale resa secondo il linguaggio figurativo dell’epoca. Nel Seicento, infatti, la rappresentazione del sacro non seguiva regole fisse: la presenza di Dio poteva essere evocata con segni astratti, forme luminose, geometrie celesti oggi poco familiari. Ma l’occhio moderno, abituato a cinema e fantascienza, legge inevitabilmente altro. È qui che nasce il fascino del dipinto: non tanto in ciò che l’artista voleva dire, ma in ciò che noi siamo portati a vedere, ancora oggi. Sempre.
