a cura del prof. Davide Orlandi
Si propone qui un piccolo appello di buon senso: ridurre l’invio di note vocali inutili e di messaggi che, a ben vedere, non comunicano praticamente nulla. Le chat dei telefoni sono diventate negli ultimi anni una specie di piazza sempre aperta in cui finisce ogni dettaglio della giornata. L’interrogatorio improvviso – “Oi, che fai?”. Il messaggio di circostanza – “Ti volevo solo sentire”. La nota vocale di quattro minuti in cui si racconta, con scrupolo quasi giornalistico, l’andamento della mattinata: la spesa, il traffico, la collega, il caffè preso di corsa. Il tutto accompagnato da faccine pensierose, capovolte o sospese, inviate spesso a persone incontrate dal vivo appena il giorno prima. Così, senza accorgercene, ogni giornata si riempie di decine di piccole interazioni a cui sembra necessario rispondere subito. Non farlo rischia di sembrare scortesi, oppure di generare nel mittente quella lieve inquietudine da messaggio visualizzato ma ignorato. E allora si ascolta, si legge, si risponde. Ancora e ancora. A un certo punto ci si rende conto che comunicare è diventato quasi un lavoro: una specie di turno di reperibilità che accompagna l’intera giornata. Non è sempre stato così. Fino a non molto tempo fa i contatti erano pochi e concentrati. Il telefono di casa – e prima ancora la cabina telefonica – fissavano un luogo preciso in cui si poteva essere raggiunti. Quando si usciva da quella soglia, semplicemente si viveva. Non si sapeva chi avrebbe voluto cercarci né cosa avrebbe avuto da raccontare. Nel frattempo le giornate si riempivano di storie, piccoli imprevisti, notizie da conservare. E tutto quel materiale umano veniva poi raccontato con calma, davanti a qualcuno, o durante una telefonata vera. Oggi invece la cronaca delle nostre giornate viaggia in tempo reale. Si velocizzano le note vocali a velocità doppia, si formulano risposte rapide, si consegna agli altri una telecronaca continua della propria esistenza. Forse basterebbe recuperare un po’ di sobrietà. Ridurre all’essenziale le comunicazioni. Lasciare che i messaggi servano davvero a qualcosa. Alla propria amica, quando accade qualcosa che merita di essere raccontato per ore davanti a una caraffa di vino, può bastare una frase semplice: “SOS. Vediamoci.” A un figlio, per rimandare una discussione: “Ne parliamo dopo. A casa.” Alla propria metà, per comunicare il rientro: “20.30 – stop – faccio spesa io – passo.” Il resto si potrà dire dal vivo. Con calma. E magari, nel silenzio tra un messaggio e l’altro, tornerà anche una cosa che sembra sempre più rara: il piacere di avere davvero qualcosa da raccontare.
