A cura del prof. Davide Orlandi
Da queste parti, prima o poi, la domanda arriva sempre. Magari non detta apertamente, ma sospesa nell’aria come la nebbia d’inverno, quella che non vedi ma sai che c’è: “Te, cosa fai?” Non è solo curiosità, non è per rompere il ghiaccio. È un modo per orientarsi, per capire dove metterti. Se conti qualcosa oppure no. Se sei uno che “ce l’ha fatta” o uno che, per qualche motivo, si è fermato lungo la strada. Perché oggi, più dell’educazione, più della testa, più persino del carattere, è il lavoro a dire chi sei. O meglio ancora: quanto lavori. Non basta avere un mestiere, bisogna starci dentro fino al collo. E possibilmente farsi vedere stanchi. Qui la stanchezza è un distintivo, quasi un segno di affidabilità. Se non hai mai tempo, se sei sempre di corsa, se dici che “non stacchi mai”, allora vuol dire che vai. Che sei uno in gamba. Se invece hai tempo, se non sembri sempre sotto pressione, scatta subito il sospetto: mah, chissà cosa fa davvero. Così il lavoro smette di essere un mezzo e diventa tutto il resto. Si lavora per lavorare. E più lavori, più sembri a posto con la coscienza. Se fai carriera bene, se no peggio: qualcosa avrai sbagliato. Non conta se stai bene, se ti basta, se non senti il bisogno di salire sempre un gradino in più. Se non cresci, sei fermo. E se sei fermo, qui, è quasi come essere indietro. Come se la vita fosse una strada a senso unico, e chi rallenta desse fastidio a quelli dietro. Una volta si lavorava per portare a casa il pane. Poi per stare un po’ meglio: la casa sistemata, la macchina decente, qualche vacanza d’estate. Adesso che, bene o male, le cose ci sono già, si lavora per dimostrare che si lavora. La soddisfazione non è tanto quello che guadagni, ma quello che perdi: le ore, le serate, i fine settimana. I sacrifici diventano una specie di medaglia che non si vede, ma pesa. E più pesa, più sembra valere. E non serve più il padrone che ti tiene corto. Ci pensiamo da soli. Ci carichiamo di lavoro, di responsabilità, di aspettative. Nessuno ci obbliga, eppure non sappiamo più fermarci. Mettiamo a rendimento tutto: il tempo libero deve servire a qualcosa, le relazioni devono tornare utili, perfino il riposo sembra tempo sprecato. Ci spremiamo come un campo coltivato sempre uguale, senza lasciarlo mai a maggese, finché la terra si stanca e non dà più niente. I più fregati, spesso, sono quelli che “lavorano di testa”. Niente tute sporche, niente calli, ma la testa che non si spegne mai. Sempre reperibili, sempre con qualcosa da risolvere, sempre con un pensiero che resta lì anche la sera. E alla fine della giornata arrivi a casa stanco lo stesso, solo che non sai bene di cosa. E allora, ogni tanto, viene da chiederselo davvero: ma quand’è che basta? Quand’è che uno può dire “va bene così”, senza sentirsi in colpa? E soprattutto: se smettessimo per un attimo di dimostrare di essere qualcuno, cosa resterebbe? Forse non era poi così scemo il conte Mascetti quando, ridendo, faceva la domanda più seria di tutte: ma poi, è proprio obbligatorio essere qualcuno?
