A cura del prof. Davide Orlandi
C’è stato un momento in cui il telefono è entrato nelle nostre vite in punta di piedi. Nessun fragore, nessuna invasione dichiarata. Più che altro una presenza gentile. Utile. Educata. Come certi ospiti che arrivano per un weekend e finiscono per fermarsi “ancora una notte”. E poi un’altra. E poi non se ne vanno più. All’inizio era facile tenerlo a distanza. Lo si usava quando serviva, lo si spegneva senza sensi di colpa. Alcuni di noi giuravano persino di poterne fare a meno. Lo dicevano con convinzione, come si dice “non mi innamorerò mai”. Poi, senza accorgercene, il telefono ha iniziato a condividere tutto con noi. Il comodino. Il bagno. La tavola. Il divano. Il lavoro. La noia. L’attesa. Perfino il sonno. Dorme accanto a noi, si sveglia prima di noi, ci guarda mentre ancora stiamo cercando di capire chi siamo quella mattina. È diventato una presenza costante. Rassicurante. Indispensabile. Non perché ce lo abbia imposto, ma perché lo abbiamo lasciato fare. Perché accoglierlo ci è sembrato naturale. E perché, oggi, cacciarlo è semplicemente impensabile. Provateci. Lasciatelo a casa. Sentirete subito una strana inquietudine, come se mancasse qualcuno. Come se foste voi quelli fuori posto. Ed è qui che nasce il dubbio più fastidioso: non è che, alla fine, gli ospiti siamo noi? Ci scusiamo quando interrompiamo qualcuno che sta guardando il telefono. Aspettiamo che finisca di “fare una cosa” che non sappiamo nemmeno definire. Abbassiamo la voce, rimandiamo una frase, rinunciamo a un pensiero. Se una persona è al telefono, sembra naturale fare un passo indietro. Come se stessimo disturbando un’intimità. Come se la relazione vera fosse lì, sullo schermo. E allora viene da chiederselo sul serio: siamo noi l’interruzione? Il disturbo? L’intralcio a una storia che dura ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette? Perché sì, quella tra una persona e il suo telefono è una relazione a tutti gli effetti. Con i suoi rituali, le sue abitudini, le sue manie. E come tutte le relazioni, anche questa ha iniziato a mostrare il conto. I più sensibili lo sentono addosso. Stanchezza. Distrazione. Ansia. Gelosie improvvise per una notifica. Tradimenti minuscoli, ma continui. Distacchi silenziosi. Dipendenze mascherate da necessità. Così abbiamo provato a fare ciò che facciamo sempre quando qualcosa ci coinvolge troppo: darle un volto, un nome, una forma. Nascono così gli “amanti telefonici”. C’è chi controlla compulsivamente. Chi scorre senza sapere cosa cerca. Chi vive di messaggi e chi teme di non riceverne. Chi dice di poterne fare a meno, ma solo a parole. E voi? Che tipo di relazione avete con il vostro telefono? E soprattutto: siete ancora protagonisti… o semplici comparse?

Desidero esprimere il mio più sincero apprezzamento per la rubrica “Tempo Debito”, curata dal professor Davide Orlandi. Ho avuto il piacere di conoscere il professor Orlandi in occasione del concorso di poesia di Mortara e già allora mi colpì la sua lucidità, la profondità di pensiero e quella brillantezza rara che fa subito pensare: “questa è davvero una bella testa”. Ritrovare oggi quelle stesse qualità nella sua rubrica è una conferma che non sorprende, ma che continua ad affascinare.