MORTARA – Una donna di origine nordafricana sostiene che un cane abbia morsicato il figlio e si mette a urlare per strada. Il proprietario esce per capire che cosa sia successo e per verificare dove il bambino sarebbe stato ferito, certo che l’animale, trovandosi chiuso all’interno della proprietà e dietro un’inferriata, non avrebbe materialmente potuto raggiungerlo. Ma appena varca la porta si trova davanti un uomo, anche lui indicato dalla vittima come di origine nordafricana. «Non puoi parlare così alle nostre donne», gli avrebbe detto. Poi la situazione sarebbe precipitata: il confronto verbale si sarebbe trasformato in pochi istanti in un’aggressione fisica. È quanto è accaduto mercoledì scorso, intorno alle 16.35, in via Vittorio Veneto. Vittima un professionista 60enne di Mortara che, in seguito all’episodio, avrebbe riportato la frattura dello zigomo e dell’arcata oculare, oltre a una microfrattura del setto nasale. La prognosi è di almeno 28 giorni e nelle prossime settimane saranno necessari ulteriori accertamenti presso il reparto di chirurgia maxillo-facciale di Novara, una volta ridotto il gonfiore provocato dalle lesioni.
La zona dell’aggressione, vicino alle scuole elementari. Le persone coinvolte sono state identificate dalla Polizia locale.
Sulla vicenda è stata presentata una querela nei confronti di una persona identificata dagli agenti della Polizia locale. Al momento la dinamica può essere ricostruita soltanto attraverso il racconto della vittima dell’aggressione, in attesa che gli accertamenti dell’autorità giudiziaria chiariscano ogni dettaglio. Tutto avrebbe avuto inizio quando la donna, accompagnata dal figlio, è passata davanti alla proprietà. Dall’interno un cane avrebbe iniziato ad abbaiare. L’animale, secondo quanto riferito dal proprietario, si trovava però dietro un’inferriata e a un’altezza tale da rendere, a suo giudizio, impossibile qualsiasi contatto con il bambino. A quel punto la donna avrebbe sostenuto che il cane lo avesse morsicato. «Sono uscito perché volevo capire dove fosse stato morso – racconta la vittima –. Ero convinto che fosse impossibile, considerata la posizione in cui si trovava il cane».
Il chiarimento, però, non sarebbe nemmeno cominciato. Appena uscito, il professionista si sarebbe trovato davanti a un uomo, che avrebbe immediatamente preso posizione sulla vicenda. «Mi ha detto che io non potevo parlare in quel modo alle loro donne», riferisce. Da quel momento, sempre secondo quanto denunciato, la situazione sarebbe degenerata rapidamente. Dalle parole si sarebbe passati all’aggressione fisica e la vittima sarebbe stata colpita al volto con conseguenze tali da rendere necessario il ricorso alle cure mediche. Tutto sarebbe avvenuto nell’arco di pochi minuti e in una zona particolarmente frequentata a quell’ora, anche per l’uscita degli studenti dalle scuole elementari. Proprio nelle vicinanze si trovava una pattuglia della Polizia locale. Gli agenti sono intervenuti e le persone coinvolte, che nel frattempo si erano allontanate in fretta e furia, sarebbero state rintracciate poco dopo, a circa un centinaio di metri dal luogo dell’accaduto. L’identificazione effettuata dalla Polizia locale ha consentito alla vittima di presentare una querela riferita a una persona precisa e non contro ignoti. Toccherà ora all’autorità giudiziaria stabilire le responsabilità e ricostruire con esattezza ogni passaggio.
Resta però un dato che impone una riflessione più ampia. È da qui che bisogna partire. Perché nessuna discussione, nessuna incomprensione e nessuna differenza culturale può giustificare il passaggio dalle parole alla violenza. E la frase «non puoi parlare così alle nostre donne», se confermata nei termini riferiti dalla vittima, rende il quadro ancora più inquietante: non perché autorizzi generalizzazioni su un’intera comunità, ma perché introduce una pretesa di appartenenza e di contrapposizione che non può trovare spazio nei rapporti civili. In una città normale una contestazione si discute, eventualmente si chiamano le forze dell’ordine e si accertano i fatti. Non si manda una persona all’ospedale. Una cosa, sul piano civile, può essere detta già oggi: chi esce per chiarire un’accusa non può ritrovarsi con il volto fratturato. Questo è il confine che non deve essere oltrepassato. E, se davvero è stato oltrepassato, il problema non è più una lite di strada: è una questione di sicurezza, rispetto ma soprattutto di convivenza civile.
