A cura di Simone Tabarini
Per secoli la cascina lomellina fu molto più di un luogo di lavoro: era un piccolo mondo. Dietro i grandi portoni vivevano salariati, bovari, cavallanti, braccianti e artigiani, tra abitazioni, stalle, fienili e granai. Alcune aziende sembravano veri villaggi isolati tra rogge e campi. La vita seguiva il ritmo delle stagioni: in primavera si preparavano i terreni, si allagavano le risaie e si seminava; tra maggio e giugno arrivavano le mondine, spesso da altre province e regioni del Nord Italia. Molte raggiungevano Mortara in treno prima di essere distribuite nelle cascine. Lavoravano per ore nell’acqua e nel fango, piegate a eliminare le erbe infestanti, tra caldo, zanzare, dormitori collettivi e salari indispensabili alle famiglie. I loro canti sono rimasti nella memoria popolare, ma raccontano anche una fatica durissima. Intanto nelle cascine il lavoro continuava: il bestiame andava accudito ogni giorno, le rogge controllate, il foraggio custodito e gli attrezzi mantenuti. Verso settembre arrivavano mietitura e trebbiatura del riso; d’inverno diminuivano i lavori nei campi, ma non quelli nelle stalle e nelle corti. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta meccanizzazione, diserbanti e nuovi sistemi di coltivazione cambiarono rapidamente questo mondo: diminuirono mondine e salariati e molte cascine si svuotarono. Oggi edifici, vecchie stalle, attrezzi conservati nei musei contadini e nomi sulle mappe ricordano quella civiltà rurale. Perché dietro ogni risaia lomellina non c’è solo la storia del riso, ma quella di generazioni vissute seguendo l’acqua, le campane, le stalle e il lento passare delle stagioni.
