ROBBIO – Prima ancora della biografia, prima dei premi e delle date, c’è un desiderio. Quello di Cinzia, la figlia, che sogna di organizzare una mostra dedicata al padre. Non per celebrare un nome, ma per sentirlo ancora vicino. Per lei sarebbe un modo concreto per riaverlo accanto, attraverso le opere che le sue mani hanno plasmato negli anni. Un’esposizione magari a Robbio, o in un luogo della Lomellina che lui aveva amato. Non nostalgia, ma riconoscenza. Giampiero Mazzotti nasce il primo maggio 1936 a Barengo, ma la sua vera casa – quella dell’anima – è la Lomellina. Terra piatta, fatta di acqua e silenzi, dove serve uno sguardo attento per cogliere l’infinito nascosto nella quotidianità. Lui quello sguardo lo aveva. Da ragazzo lavora presto, come tanti della sua generazione. Piccole fabbriche, fatica concreta, mani che imparano il peso del lavoro. Negli anni Settanta entra alla Riso Gallo di Robbio. Tra turni e macchinari, mentre tutto attorno segue il ritmo della produzione, dentro di lui cresce un altro tempo. Silenzioso, ma ostinato. Inizia a dipingere da autodidatta. Non cerca virtuosismi: cerca verità. Nelle sue tele compaiono figure sottili, quasi sospese, a metà tra sogno e inquietudine. Non sono paesaggi rassicuranti, ma emozioni che chiedono di essere ascoltate. Chi osserva resta interdetto, poi coinvolto. Negli anni Ottanta esce allo scoperto. Partecipa a concorsi, ottiene riconoscimenti, arriva due volte alla Biennale di Venezia e nel 1987 riceve il titolo di Cavaliere dell’Arte. Eppure rimane riservato, più legato al lavoro quotidiano che alla ribalta. Poi arriva il legno. Prima la pietra, poi soprattutto noce, quercia, ciliegio. Lo sceglie con rispetto, come si sceglie un compagno di strada. Ballerine, madri, famiglie prendono forma lentamente. Non forza la materia: la ascolta. Sembra liberare ciò che era già nascosto dentro. È anche tra i primi a difendere il Parco di Val Pometto, quando l’ambiente non era ancora una priorità collettiva. Non per moda, ma per amore del luogo. Nel 1990 sceglie il silenzio. Si ritira nell’Astigiano, lontano dalle mostre. Continua a creare, senza clamore. Muore il 23 marzo 2014, con la discrezione che lo ha sempre accompagnato. Oggi restano le sue opere. Restano le venature del legno, le pennellate pazienti. Restano i ricordi di Cinzia: il rumore leggero dello scalpello, la concentrazione assorta, la calma con cui parlava al legno prima ancora che alle persone. E resta quella domanda sospesa: quella mostra vedrà la luce? Se accadrà, non sarà solo un evento culturale. Sarà un ritorno. Un appello che probabilmente non resterà inascoltato dall’amministrazione.
