a cura di Alessandra Restelli e Maria Luisa Siviero
Le miniature derivano dal latino “minium”, un minerale noto per il suo distintivo colore rosso. Queste straordinarie decorazioni erano utilizzate per ornare i manoscritti, esaltando le lettere iniziali, i bordi e creando vere e proprie opere d’arte visiva in cui si esprimevamo temi complessi e narrazioni in una forma accattivante.
Il processo di creazione era meticoloso e richiedeva una grande abilità. I materiali venivano ridotti in polvere fine e ogni pigmento doveva essere mescolato con un legante per garantire che il colore si fissasse perfettamente alla pergamena. Utilizzando la penna d’oca intinta nel composto, il miniatore iniziava il disegno, arricchendo gli spazi lasciati vuoti dall’amanuense. Ad esempio, il colore rosso era ricavato principalmente dalla cocciniglia della lacca, un parassita vegetale. Il blu oltremare, presente nelle miniature più celebri e costose, era ricavato dai lapislazzuli; l’oro veniva impiegato in varie forme: liquido, in polvere o in foglia. Per il giallo veniva usata l’ocra o il prezioso zafferano; il verde dalla terra o dalla malachite, il bianco, da gesso e biacca mentre il nero, essenziale per creare contrasti, ottenuto dall’inchiostro ferro-gallico e da pigmenti di carbone. Una volta completata e rifinita con allume di potassio per dare brillantezza, veniva passato al legatore. Tra Morimondo- nel milanese- e la Certosa di Pavia, chiamate come esperte da notai per gli inventari cartacei di biblioteche e studi privati, oltre alle rimembranze, controllavamo ogni libro / volume affinchè non ci fossero fogli rotti, mancanti o strappati per attribuirne un valore; gli incompleti ce li consegnavano come riconoscimento per l’operato (in foto) che conserviamo gelosamente nel nostro archivio cartaceo.





