a cura del prof. Davide Orlandi
Che futuro può avere una generazione che prova ad andare avanti continuando, quasi istintivamente, a guardarsi indietro? È una domanda che non nasce nei convegni o nei libri di sociologia, ma nei pensieri di fine giornata, quando si fa il bilancio silenzioso di ciò che si è fatto e di ciò che si sperava di fare. È la domanda che accompagna i millennials, una generazione spesso raccontata dagli altri ma raramente ascoltata davvero. Una generazione che ha imparato presto a mettere in discussione se stessa, a chiedersi dove abbia sbagliato e quanto invece il contesto abbia inciso più delle scelte personali. Siamo quelli rimasti in mezzo. In mezzo a due mondi, a due linguaggi, a due velocità. Troppo giovani per appartenere fino in fondo a un passato che ricordiamo con affetto, troppo adulti per sentirci completamente a nostro agio in un presente che cambia di continuo. Ci hanno chiamati “generazione ponte”, e forse non è solo un’etichetta: è una condizione. Stare in equilibrio senza mai avere la sensazione di poggiare davvero i piedi da una parte o dall’altra. Una posizione che chiede adattamento continuo e una certa resistenza emotiva. Siamo cresciuti con promesse grandi, spesso più grandi di noi. Ci è stato detto che impegnarsi sarebbe bastato, che studiare era una garanzia, che il futuro si costruiva passo dopo passo. Poi siamo arrivati all’età adulta e abbiamo scoperto che quasi nulla era sicuro: non il lavoro, non la stabilità, non il tempo. Le aspettative si sono sgonfiate lentamente, come palloncini lasciati troppo a lungo al sole. Eppure, nonostante tutto, abbiamo continuato a immaginare. Dentro di noi vive una nostalgia strana, concreta. Ricordiamo un mondo analogico fatto di attese, di errori che restavano, di relazioni che non avevano bisogno di essere documentate. Un mondo che non è sparito per scelta, ma per accelerazione. Allo stesso tempo siamo immersi in un universo digitale che corre più veloce delle nostre certezze. Ci adattiamo mentre tutto cambia, imparando strada facendo, senza istruzioni. Viviamo in questo spazio sospeso: tra ciò che non tornerà e ciò che non si ferma mai. È faticoso, a volte frustrante. Ma forse è proprio qui che si gioca il nostro futuro. Non nel rimpianto, non nella rincorsa cieca, ma nella capacità di usare la memoria come orientamento, non come zavorra. Essere una generazione di passaggio non significa essere una generazione persa. Significa portare sulle spalle un compito scomodo ma necessario: tenere insieme ciò che è stato e ciò che verrà. Tradurre, collegare, non lasciare che tutto si spezzi. Forse il nostro sogno non è cambiare il mondo in un colpo solo, ma fare in modo che qualcosa resti umano mentre tutto cambia. E, a ben vedere, non è un sogno da poco.





