Fausto Di Giovanni, essere calzolaio è una questione di famiglia «Un’attività che si impara in bottega. Ho clienti anche da Milano»

Per una come me che adora le scarpe e, in particolare, i tacchi alti, il calzolaio è una figura di riferimento. Uno di quei cinque o sei professionisti che metterei sicuramente in un ipotetico elenco di persone da salvare in caso di diluvio universale. Anche perché, purtroppo, di calzolai da mettere sull’arca ce ne sono ancora pochi, preparati e meticolosi come Fausto Di Giovanni ancora meno. «Oggi ci sono sempre meno ragazzi che imparano il mestiere a bottega – ci racconta Fausto nel suo laboratorio in Via del Cannone a Mortara – esistono corsi professionali, ma sono volti alle riparazioni semplici, come cambiare un tacco o sistemare una suola, quelle, per intenderci, che possiamo trovare nei negozi ai centri commerciali. Creare un paio di scarpe o di stivali è tutta un’altra storia. È un’attività che impari a bottega, se vogliamo è anche difficile trovare qualcuno che te la insegni, perché se mi fermo ad insegnare non posso andare avanti nel lavoro, e questo è un problema in un lavoro che è interamente artigianale. Ci vuole qualcuno che abbia passione, che venga in laboratorio e rubi il mestiere con gli occhi, come si è sempre fatto in passato, quando fin da piccoli si frequentava la bottega del papà». Fausto è figlio d’arte: suo padre, Ercole Domenico, era il calzolaio che abbiamo conosciuto tutti, fin dal 1997, quando aveva aperto un piccolo negozio, prima in contrada San Giovanni Battista, poi in Via Josti. «I miei avevano una fabbrica di scarpe a Vigevano, che ha chiuso con la crisi di fine anni ’80. Io, che vi avevo lavorato per sette anni, ho iniziato a fare altri lavori, di tipo commerciale, mentre papà è andato in pensione. Ma a casa si annoiava, non sapeva cosa fare. Allora ha aperto un piccolo negozio a Mortara, che nel tempo è cresciuto. Lui era un vero maestro nel suo lavoro e i cittadini l’hanno apprezzato. Quando la ditta Isauto, per cui lavoravo, ha chiuso, ho deciso di tornare a lavorare con papà. È  stata una bella sfida, ma in fondo è stato anche come ritrovare me stesso». Fausto non si limita a riparare, ma ha implementato il lavoro di produzione di calzature, in larga parte su misura. «Molti clienti hanno necessità di scarpe create ad hoc a causa di malformazioni, esiti di interventi, problemi di varia natura: un lavoro lungo, ma che mi dà molte soddisfazioni. Ormai in Lomellina, esclusa Vigevano, siamo rimasti in due o tre calzolai e ho clienti che arrivano anche dall’hinterland milanese: rappresentanti che fanno sosta qui tra un appuntamento e un altro, persone che vengono a trovare i parenti. Si fidano del mio lavoro e fanno passaparola». Certo che in un mercato dominato dal made in China e dal low cost non deve essere facile sopravvivere. «In realtà le persone si accorgono quando un prodotto è di qualità e quando non lo è. Io spiego sempre ai miei clienti perché una suola è venuta via dopo poco uso o perché un tacco si è rotto. La qualità non è qualche cosa che può essere legata al risparmio. Pensa che, se dovessimo creare una scarpa da uomo interamente a mano, senza uso delle macchine, ci vorrebbero dalle 35 alle 40 ore. Evidentemente sarebbe una scarpa oggi invendibile, perché avrebbe costi proibitivi. Ma anche una scarpa che costa 39 euro, per quanto industriale, di sicuro non ha la qualità che cerchiamo. Un piccolo trucco? Controllare sempre l’etichetta che riporta di quale materiale sono fatte le varie parti della calzatura che si acquista: a volte pensiamo di aver comperato una scarpa di vera pelle, e invece di vera pelle c’è solo il plantare e il resto è plastica. Perché ognuno è libero di acquistare ciò che crede, ma deve esserne consapevole». E consapevolmente camminare poi su un bel paio di tacchi, che sanno cancellare le occhiaie meglio di qualunque correttore. 

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